Petronio

Posted luglio 9th, 2013 by Naomi

petronioTito Petronio Nigro (latino: Titus Petronius Niger; Massilia, 27 – Cuma, 66) è stato un cortigiano, scrittore e politico romano. Petronius, conosciuto anche come arbiter elegantiae, “arbitro d’eleganza” alla corte di Nerone, resta indicato, per tradizione manoscritta, col nome di Petronius Arbiter, definizione tratta dalla descrizione che ne fa Tacito (in Annales XVI, 18-19).

Tacito, nei suoi Annali XVI, 18-19, parla diffusamente di un certo C. Petronius, senza per altro fare alcun riferimento a lui come autore del Satyricon.

« Soleva egli trascorrere il giorno dormendo, la notte negli affari o negli svaghi; la vita sfaccendata gli aveva dato fama, come ad altri l’acquista un’operosità solerte; e lo si giudicava non un gaudente e uno scialacquatore, come la maggior parte di coloro che dilapidano il loro patrimonio, ma un uomo di lusso raffinato. Le sue parole e le sue azioni, quanto più erano libere da convenzioni e ostentavano una certa sprezzatura, tanto maggior simpatia acquistavano con la loro parvenza di naturalezza. Come proconsole in Bitinia tuttavia, e poi come console, egli seppe mostrarsi energico e all’altezza dei suoi compiti. Tornato poi alle sue viziose abitudini (o erano forse simulazione di vizi?) venne accolto tra i pochi intimi di Nerone, come maestro di raffinatezze, nulla stimando Nerone divertente o voluttoso, nello sfarzo della sua corte, se non avesse prima ottenuto l’approvazione di Petronio. Di qui l’odio di Tigellino, che in Petronio vedeva un rivale a lui anteposto per la consumata esperienza dei piaceri. Egli si volge quindi a eccitare la crudeltà del principe, di fronte alla quale ogni altra passione cedeva; accusa Petronio di amicizia con Scevino, dopo aver indotto con denaro un servo a denunciarlo, e avergli tolto ogni mezzo di difesa col trarre in arresto la maggior parte dei suoi schiavi »

Segue la descrizione della sua morte:

« In quei giorni Nerone si era spinto in Campania, e Petronio, spintosi fino a Cuma, venne qui trattenuto. Egli non sopportò di restare oltre sospeso tra la speranza e il timore; non volle tuttavia rinunciare precipitosamente alla vita; si tagliò le vene e poi le fasciò, come il capriccio gli suggeriva, aprendosele poi nuovamente e intrattenendo gli amici su temi non certo severi o tali che potessero acquistargli fama di rigida fermezza. A sua volta li ascoltava dire non teorie sull’immortalità dell’anima o massime di filosofi, ma poesie leggere e versi d’amore. Quanto agli schiavi, ad alcuni fece distribuire doni, ad altri frustate. Andò a pranzo e si assopì, volendo che la sua morte, pur imposta, avesse l’apparenza di un fortuito trapasso. Al testamento non aggiunse, come la maggior parte dei condannati, codicilli adulatori per Nerone o Tigellino e alcun altro potente; fece invece una particolareggiata narrazione delle scandalose nefandezze del principe, citando i nomi dei suoi amanti, delle sue donnacce e la singolarità delle sue perversioni: poi, sigillatolo, lo inviò a Nerone. Spezzò quindi il sigillo, per evitare che servisse a rovinare altre persone »

(Traduzione di A. Rindi, Milano 1965)

Poche altre notizie aveva dato in precedenza Plinio il Vecchio, per il quale «il consolare Tito Petronio, in punto di morte, per odio di Nerone spezzò una tazza marina che gli era costata 300.000 sesterzi, per evitare che la ereditasse la mensa imperiale»,mentre Plutarco riprende da Tacito la notizia del testamento di Petronio indirizzato a Nerone, nel quale rinfacciava «ai dissoluti e agli scialacquatori grettezza e sudiciume, come Tito Petronio fece con Nerone».

Egli era anche, probabilmente, un seguace dell’epicureismo.

Si tende a risolvere la discordanza del praenomen, Gaius (C.) in Tacito e Titus in Plinio e Plutarco, a favore del Titus, ritenendo il Gaius un errore di amanuense. Il Rose, in particolare, ritiene di identificare nello scrittore il Titus Petronius Niger che fu console suffetto nell’anno 62 o 63, e poi proconsole in Bitinia nel 64.

Né Tacito, però, né Plinio e Plutarco identificano il personaggio condannato da Nerone con l’autore del Satyricon: lo ipotizzano per primi l’umanista Giuseppe Giusto Scaligero verso il 1570 e il tipografo e libraio di Orléans Mamert Patisson nel 1575. Le motivazioni addotte a favore di tale identificazione risiedono in una serie di motivi:

il cognomen «Arbiter», presente nei codici del romanzo, coincide con l’appellativo di «arbiter elegantiae» del cortigiano;

l’esser morto in una sua villa a Cuma, in Campania, conferma la famigliarità dello scrittore con questa regione, come si rileva nel romanzo;

alcuni personaggi citati – il cantante Apellete, il citareda Menecrate e il gladiatore Petraite sono personaggi realmente vissuti nella prima metà del I secolo; la lingua, i riferimenti culturali e anche la situazione sociale che emerge dal romanzo rispecchia i caratteri di quel secolo.

Petronio è uno dei personaggi principali del romanzo Quo vadis? dello scrittore Henryk Sienkiewicz.

Nel libro, Petronio è lo zio di uno dei protagonisti, Vinicio (che è invece un personaggio immaginario). Sienkiewicz descrive l'”arbiter elegantiae” come un personaggio complesso: eccentrico, raffinato, ironico, pronto ad aiutare Vinicio e Licia ma anche distaccato e indifferente; un uomo colto e astuto che si diverte ad adulare Nerone, beffandosi segretamente di lui, e ad umiliare Tigellino, evitando però di prendere apertamente posizione contro di loro.

Un passo di Petronio viene citato in epigrafe da Thomas Stearns Eliot nel suo The waste land:

« Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis

vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent:

Σίβυλλα τί θέλεις; respondebat illa: άποθανεΐν θέλω. »

(T.S. Eliot, The Waste Land, 1922)

 

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